Fare un film. Significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, significa prolungare i giochi dell'infanzia.

François Truffaut

martedì 24 aprile 2012

Quando la notte

Titolo orginale: Quando la notte
Cristina Comencini
Italia - 2011

Trailer italiano

 
Marina è una giovane donna sposata che decide di trascorrere un mese di vacanza estiva in montagna con il suo bambino, Marco. La donna prende in affitto una casa un po’ isolata in un paesino delle Dolomiti, il cui padrone, Manfred, è una guida alpina, che vive al pianterreno della medesima abitazione. L’uomo è molto schivo e riservato e per giorni con lui non c’è nessun tipo di contatto. La vacanza trascorre in modo piacevole, le giornate di sole all’aria aperta mitigano il fatto che di notte il bambino piange, impedendo a Marina di dormire. Presto si scopre che la donna vive in modo problematico il suo nuovo ruolo di madre, per il quale non si sente adatta. L’arrivo del maltempo la mette in crisi, costringendola in casa con il bambino che piange sempre… Manfred dal piano di sotto ascolta tutto, fino alla notte in cui è testimone di quello che non crede essere soltanto un incidente e che lo porta a soccorrere Marina e suo figlio. Da quella notte tra i due si instaura un legame molto profondo che porterà alla luce i problemi attuali di Marina e i fantasmi del passato di Manfred.
Dopo l’imbarazzante e disastroso Bianco e nero (2007), Cristina Comencini torna dietro la macchina da presa adattando per lo schermo il suo romanzo Quando la notte (edito da Feltrinelli nel 2009). Come nell’ultimo lavoro della sorella Francesca, il tema centrale è la maternità, o meglio, un lato “oscuro” di un’esperienza altrimenti gioiosa come la maternità. Nel film di Francesca Comencini, Lo spazio bianco (2009), si racconta l’esperienza di una madre che ha un parto prematuro e della sua successiva attesa in quel limbo (lo spazio bianco appunto) in cui non si sa se il bambino riuscirà a vivere, in cui un genitore non può fare altro che aspettare, senza il coraggio di dare un nome al proprio figlio. È una materia nuova per lo schermo e personalmente ho trovato molto interessante questa storia che è anche quella di molte donne di cui raramente si sente parlare. Molti fatti di cronaca invece purtroppo rendono familiare il tema del film di Cristina Comencini. La sua protagonista, Marina, soffre di un male che è l’ansia del non saper gestire un figlio piccolo, che può sfociare anche in episodi di violenza contro il figlio stesso. L’incidente che capita al bambino durante la notte, lo capisce Manfred e lo capisce subito lo spettatore (su questo non ci sono dubbi) non è un incidente, ma è Marina a fare del male al bambino che non smette di piangere. L’intervento dell’uomo salva il piccolo Marco, e di conseguenza anche Marina. Da questo momento in poi, Manfred è coinvolto, suo malgrado, nella vita della donna, che disprezza apertamente. L'uomo infatti ha un paio di scheletri nell'armadio, che non restano segreti a lungo: è la cameriera di un bar a raccontare a Marina il passato dell'uomo. La sua famiglia gestisce un rifugio, dove Manfred è cresciuto con i due fratelli e il padre perchè la madre li ha abbandonati quando erano piccoli. Inoltre, la moglie lo ha lasciato portandosi via i figli. Il duplice abbandono rendono l'uomo chiaramente mal disposto nei confronti del genere femminile ("tu le odi le donne" gli dice uno dei fratelli) e ne fanno un caso da manuale di psicologia. Manfred vede in Marina, che non si prende cura del figlio, la madre che lo ha abbandonato, e la diprezza ma finisce per innamorarsene. Di Marina invece si sa poco, quasi niente oltre al fatto che è sposata, che suo marito si aspetta molto da lei, che non lavora ma desiderebbe tornare a farlo.
Se il romanzo ha ottenuto buone recensioni, lo stesso non si può dire per il film. Addirittura deriso durante la proiezione al festival di Venezia, non è piaciuto molto neanche al pubblico. A mio parere, il più grande difetto di questo film, che basa tutto sulla psicologia dei personaggi, è quello di voler dire e spiegare troppo. Ogni sentimento, ogni emozione viene spiegata e sottolineata in dialoghi che finiscono per assumere un tono un po' irreale. Manfred addirittura trova nell'appartamento di Marina un disegno fatto da lei, in cui, accanto alla forma stilizzata di un bambino, aleggiano le parole odio amore odio amore odio amore... Questo eccesso di spiegazioni appesantisce sicuramente la visione del film, come anche alcune scene assolutamente inutili: ad esempio, Marina che si confida con la cognata di Manfred e in lacrime le chiede "perchè nessuno ti dice che è così difficile?" (essere madre intende), oppure la rissa tra i fratelli fuori dal rifugio. Il tono eccessivamente melodrammatico della vicenda rischia di far perdere credibilità alla storia (forse è per questo che a Venezia il pubblico rideva durante le scene più "drammatiche"). Un dramma psicologico dovrebbe lasciare qualche zona d'ombra, qualche incertezza, per sfruttare la suspance e la tensione che pure sono presenti all'inizio del film (un inizio promettente) ma che poi vengono appunto dispersi dai personaggi che puntalmente si mettono a spiegare tutti i perchè e i per come, rivolgendosi chiaramente al pubblico più che parlando fra di loro, il che dà ai dialoghi quel tono irreale di cui parlavo prima. Tutto deve essere spiegato e tutto deve essere portato fino in fondo, senza lasciare nulla in sospeso: questa sensazione la dà soprattuto il "doppio" finale, quando sarebbe stato sufficiente fermarsi al primo. [Chi non vuole sapere come finisce il film, si fermi qui].
Secondo me il film sarebbe dovuto finire con Marina e Manfred che si salutano all'ospedale, lasciando lo spettatore in sospeso (almeno su questo!) a domandarsi cosa ne sarà dei due, se Manfred riuscirà a recuperare il rapporto con la famiglia e la moglie, se Marina accetterà il suo ruolo di madre o manderà all'aria anche il suo matrimonio. Invece no. Arriva fastidioso come tutte le spiegazioni un epilogo che sembra un'inutile appendice, appiccicata per forza per farci sapere come va a finire la storia. Dopo quindici anni (perchè poi quindici anni? che senso ha dopo così tanto tempo?!) Marina torna nel paesino, di nuovo in vacanza ma stavolta da sola. Dopo delle assurde peripezie (la tempesta di neve) che vogliono ricreare un po' di pathos e melodramma per l'incontro fra i due (come se non ce ne fosse già stato a sufficienza! La scena delle due cabinovie che si incrociano, con lei che scende e lui che sale, e che si guardano attraverso il vetro è veramente terrificante a questo punto... ci credo che la gente rideva) Marina e Manfred sono finalmente insieme. Consumano l'amplesso lasciato in sospeso quindici anni prima per poi ritornare ognuno alla propria vita (inquadrature alternate di lui in montagna e lei in metropolitana). Poi il film finalmente finisce.
Tra le cose che non funzionano in questo film, io aggiungerei anche la scelta dei due attori protagonisti. Claudia Pandolfi (Marina) potrà anche dire "non chiamatemi più la ragazza della fiction" ma, per quanto mi riguarda, la fiction e la recitazione da fiction è una cosa che le è rimasta attaccata addosso. Anche se Virzì l'ha voluta in due dei suoi film (in Ovosodo e La prima cosa bella aveva una parte abbastanza marginale. Nel film d'esordio del fratello, Carlo Virzì (I più grandi di tutti) sembra che sarà fra i protagonisti, ma ancora non l'ho visto), così come altri registi italiani come Lucio Pellegrini (Figli delle stelle) e Guido Chiesa (Lavorare con lentezza), la Pandolfi non ha maturato le capacità di una brava attrice. Per tutto il film ha una smorfia tra il broncio e la disperazione che la rendono assolutamente insopportabile. Filippo Timi è un bravo attore (conosciuto soprattutto da quando ha interpretato Mussolini in Vincere), ma che qui interpreta un personaggio talmente introverso e rabbioso da essere quasi caricaturale, e da stupire il pubblico che Manfred parli invece che grugnire.
L'unico motivo per cui vale la pena guardare questo film è la location: anche se ambientato sulle montagne delle Dolomiti, il film in realtà è stato girato a Macugnaga (VB), cittadina ai piedi dello splendido Monte Rosa.

lunedì 23 aprile 2012

Come trovare nel modo giusto l'uomo sbagliato

Titolo originale: Come trovare nel modo giusto l'uomo sbagliato.
Daniela Cursi Masella e Salvatore Allocca
Italia - 2011


Povero cinema italiano! è quello che ho pensato appena spento il televisore. Qualcuno dirà "te la sei cercata"... ma ci sono quei giorni in cui si ha il desiderio di guardare un film leggero e allora si tenta, sperando di incappare in qualcosa di divertente ma non per questo banale. Mi è andata male.
Sofia, la protagonista del film, è una ragazza che nutre un profondo amore per i cavalli (lavora in un maneggio) e che, dopo una serie di sfortunati incontri amorosi, conclude che i cavalli sono meglio degli uomini. Decide quindi di scrivere un trattato in cui mette a confronto la psicologia dei cavalli con quella degli uomini, trovando similitudini tra i diversi "tipi" che caratterizzano entrambe le specie (lo stallone, il purosangue, il castrone, etc.). Il film segue la scansione dei capitoli del suo trattato. 
Sofia ha due amiche per la pelle: Alice e Penelope. Alice è una fotorepoter che ha rinunciato a viaggiare per amore del suo fidanzato, per ciò lavora nel campo dei fotoromanzi, che lei detesta. Penelope è un avvocato fissata con l'astrologia, che cambia uomo con la stessa rapidità con cui cambia vestiti e scarpe. C'è poi Alex, fratello di Alice, medico ma rozzo e sciupafemmine, che si troverà a dividere l'appartamento con Sofia, dopo che questa ha ricevuto lo sfratto (e che era innamorata di lui da ragazzina). Il film racconta le vicende del trio di amiche, le cui vite cambiano quando Sofia sembra aver trovato l'uomo dei suo sogni, Alice si sposa e Penelope... continua a collezionare un uomo dietro l'altro. Ma la vita ha in serbo per tutte e tre le ragazze una sorpresa.
Daniela Cursi Masella (tra l'altro collaboratrice de "La voce equestre") è l'autrice dell'omonimo romanzo da cui è tratto il film (edito da Viviani nel 2008) e firma sceneggiatura e regia con Salvatore Allocca, giovane regista con alle spalle un paio di corti (Crackers 2006 e Gunes 2011) e un documentario (L'incantatore di serpenti, la vita senza freno di Gian Carlo Fusco 2010), quindi alla sua prima vera regia. Non ho letto il romanzo per cui non posso giudicare la base da cui si è partiti per realizzare questo film, ma probabilmente le intenzioni erano buone, l'idea di paragonare gli uomini ai cavalli non è di per sé malvagia, anche se a tratti risulta un po' forzata. L'eterna lotta fra uomini e donne è un tema molto ricorrente nel cinema, a partire (ci saranno stati degli antecedenti, ma io ricordo soprattutto questo) da La costola di Adamo (di George Cukor, 1949, con Spencer Tracy e Katharine Hepburn), ma qui viene banalizzato in maniera estrema: gli uomini sono tutti infantili, irresponsabili, donnaioli, fissati con il calcio, mentre le donne sono brave, intelligenti, capaci ed esasperate dal fatto di non venire poprio capite dai maschi. Un'opposizione che viene tutta riassunta nella scena in cui Sofia e Alex devono decidere che film guardare: ovviamente, l'uomo vuole vedere un film d'azione, la donna uno sentimentale (e vince la donna). 
Lo spessore psicologico è qualcosa che veramente sfugge agli autori, che danno vita a dei personaggi contraddistinti da un'unica caratteristica veramente marcata. Così Sofia è la ragazza goffa e sgraziata che si sente a proprio agio solo con i cavalli, Penelope è la mangia uomini, Alice la brava ragazza che cerca di far funzionare il suo matrimonio sacrificando i suoi sogni, Alex il donnaiolo che si rimorchia qualsiasi donna gli capiti a tiro. I problemi arrivano e passano con una scrollata di spalle, al massimo qualche urlo o pianto che non dura più di cinque minuti, qualsiasi sia la gravità: il divorzio di Alice, la gravidanza di Penelope, il tradimento subito da Sofia proprio dall'uomo che credeva perfetto. La recitazione, da parte di tutti, è irritante, con le battute che cadono a puntino a dare un tono artefatto e falso ai dialoghi, per strappare a forza almeno un sorriso. Ad esclusione di Francesca Inaudi, che interpreta Sofia, e che ha alle spalle una lunga filmografia, tutta italiana (con qualche buon lavoro come Dopo mezzanotte di Davide Ferrario), gli altri attori provengono quasi tutti dal mondo delle fiction e della televisione: Giulia Bevilacqua (Penelope) ha lavorato soprattutto in Distretto di Polizia. Giorgia Surina (famosa come vj di mtv) in Un medico in famiglia, Il commissario Nardone, Love Bugs, RIS. Enrico Silvestrin (anche lui vj) principalmente in Distretto di polizia, più un paio di comparsate in film generazionali (Come te nessuno mai, Che ne sarà di noi).
Immaginando un potenziale pubblico per questo film, non posso che pensare alle ragazze cresciute con gli adattamenti per lo schermo dei romanzi di Moccia che ora, diventate adulte, avranno ormai capito che il principe azzurro non esiste, o comunque, che non è così facile come sembrava trovarlo. E allora ecco qui per loro un filmetto che le rassicura: gli uomini sono tutti uguali, ma non disperate! dopo tante vicissitudini troverete, nel modo sbagliato, l'uomo giusto!

mercoledì 25 agosto 2010

Gli Amori Folli

Titolo originale: Les Herbes Folles
Alain Resnais
Francia - 2009

trailer italiano

Marguerite cammina per la strada e viene scippata della borsa. Georges trova un portafoglio accanto alla sua auto in un parcheggio. Appartiene a Marguerite. Mentre cerca di contattarla, inizia a fantasticare sulla donna, sulla loro prima conversazione, sul loro primo incontro. Una fototessera e un brevetto da pilota bastano a mettere in moto l'immaginazione di Georges. Eppure decide di consegnare il portafoglio al distretto di polizia. Ma la donna lo chiamerà per ringraziarlo, mettendo in moto una catena di eventi imprevedibili eppure, a loro modo, inevitabili.
Alla veneranda età di 87 anni, con una filmografia alle spalle che non inizio neanche a citare, Alain Resnais, uno dei padri della Nouvelle Vague, firma un'opera di straordinaria potenza visiva in cui regna un'irresistibile anarchia. Il titolo originale, Les Herbes Folles (rovinato nella traduzione italiana) racchiude il senso dell'opera e spiega anche le numerose inquadrature dei fili d'erba che crescono tra l'asfalto. "Mi sembrava che questo titolo rappresentasse bene i protagonisti: due persone che seguono impulsi totalmente irragionevoli, come quei semi che germogliano tra le crepe dell'asfalto o tra le rocce in campagna, dove nessuno si aspetterebbe di vederli spuntare" spiega il regista in un'intervista diffusa alla stampa. 
Nessuno infatti si aspetterebbe di veder germogliare la passione amorosa tra due persone come Marguerite e Georges. Dentista con la passione per il volo, la donna vive, nonostante l'età matura, da sola ma appare soddisfatta della sua vita. Georges è già nonno, vive con la moglie, e ha un passato oscuro di cui sono indizi il fatto che non possa più votare e la sua paura che il poliziotto a cui consegna il portafoglio lo abbia riconosciuto. Eppure tra i due nasce qualcosa, un'erba capricciosa. Gli "amori" del titolo nostrano possono trarre in inganno: dopo il primo contatto non si scivola in una storia d'amore clandestina tra i personaggi. Tutt'altro. Tra i due quasi nulla accade, eccetto un solo bacio. Si telefonano, lei non vuole vederlo, lui la perseguita, lei arriva quasi a denunciarlo, poi si pente, si incontrano, si evitano, si icontrano di nuovo, tutto sotto lo sguardo benevolo della moglie di Georges, affatto preoccupata di questa pseudo relazione. Leggeri, i personaggi di Resnais piroettano all'interno del loro bizzarro rapporto sfiorando ogni eventualità, agendo sull'istinto del momento, con una libertà piena e pura che sembra escludere il resto del mondo.
Raccontare altro di questo capolavoro sarebbe sciuparlo. Resta solo da guardare, ammirare, queste vite che si intrecciano e, guardandole, non si può non amarle e sorridere delle loro piccole debolezze, dei loro capricci, delle loro esitazioni e insicurezze (deliziose le finestrelle che si aprono a mostrare Georges e le varianti possibili della sua prima telefonata a Marguerite). Rimane impressa nella mente la gialla borsa di Marguerite che, strappatale dal borseggiatore, fluttua nell'aria al ralenti, seme che il vento porterà a germogliare lontano.
A coloro che amano trovare un senso a tutti i costi probabilmente questo film, che si conclude con una bimba (ma chi è?!) che domanda alla mamma se quando sarà un gatto potrà mangiare i croccantini, non piacerà. Quelli che accolgono nella loro vita la fantasia e un pizzico di follia se ne innamoreranno.
Eccezionali per i ruoli di Georges e Marguerite due attori che hanno già lavorato diverse volte con il regista francese: André Dussollier e Sabine Azéma.

Nota: il film è tratto dal romanzo "L'incident" di Christian Gailly, inedito in Italia. 

martedì 24 agosto 2010

Io sono l'amore

Titolo originale: Io sono l'amore
Luca Guadagnino
Italia - 2009

trailer italiano

Il film racconta le vicende della famiglia Recchi, proprietaria di un'industria tessile nella Milano dei nostri giorni. Essa è composta dai nonni paterni, dai genitori Tancredi ed Emma, e dai figli Edoardo, Gianluca ed Elisabetta. La narrazione si apre con una grande cena di famiglia per il compleanno del nonno, durante la quale questi annuncia la sua decisione di lasciare l'industria nelle mani del figlio Tancredi e del nipote Edoardo. Nel frattempo, nasce un'amicizia tra il ragazzo e Antonio, giovane cuoco con cui decide di mettersi in affari per aprire un ristorante. Mentre il padre considera questa impresa un capriccio del figlio inesperto in affari, la madre Emma si dimostra interessata e ciò la porta a fare la conoscenza di Antonio, del quale molto presto si innamora. L'improvvisa passione della madre, i distacchi e le partenze dei figli, la morte del nonno, la decisione del marito di vendere l'industria porteranno al disfacimento della grande famiglia.
Questo è uno di quei film che non possono essere stroncati all'unanimità perchè oggettivamente "brutti", né lodati perchè oggettivamente "belli". Questo è un film che può conquistare o che si può odiare. La critica si è infatti trovata divisa. Con tre nomination ai premi Alabarda d'oro 2010, vince come miglior regia, esaltato dalla stampa anglossassone a Venezia da noi ha avuto un'accoglienza contrastata, stroncato da molti, lodato da alcuni. Per quanto mi riguarda, l'etichetta di capolavoro e l'accostamento a Visconti sono assolutamente fuori luogo per questo film poco riuscito.
Luca Guadagnino è al suo quinto lavoro: all'attivo conta un esordio bocciato (The Protagonist, 1999), una commediola giovanile (Mundo civilizado, 2003), un documentario su un famoso chef italiano (Cuoco contadino, 2005) e il disastroso adattamento del romanzo 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire (Melissa P., 2005). Partendo da un suo soggetto, scrive la sceneggiatura con tre collaboratori (I. Cotroneo, B. Alberti, W. Fasano) ed è incredibile che ci siano volute ben quattro persone per produrre una sceneggiatura così debole. Il tema di base è buono, anche se non particolarmente originale: il solito cliché di una grande famiglia, per di più molto facoltosa, che nasconde sempre, dietro al lusso e alla perfezione, delle crepe. L'elemento destabilizzante qui è rappresentato da Emma, la moglie che viene dalla Russia, quindi un outsider rispetto all'ambiente della borghesia milanese, che rappresenta l'esotico. Mentre il figlio Gianluca è simile al padre, Edoardo ed Elisabetta hanno in sè i germi dell'estraneità della madre. Edoardo lo dimostrerà  sia con l'amicizia con Antonio, che non appartiene al suo ambiente, sia con un forte attaccamento alle radici della famiglia, l'azienda, opponendosi alla sua vendita a un compratore straniero. Elisabetta, più radicale, deciderà di vivere la sua omosessualità trasferendosi a Londra e studiando per diventare artista. 
Emma porta il suo ruolo di moglie e madre come una maschera: molte scene sono dedicate all'atto della vestizione, gioielli compresi, che altri faranno per lei quando la donna abbandonderà la volontà di travestirsi per il suo ruolo. Emma racconta: "quando sono arrivata qui per me c'era troppo di tutto, per le strade, nei negozi, ho dovuto imparare ad essere italiana", il che indica che la donna, in qualche modo, ha soppresso la sua vera natura, il suo vero io, per diventare la buona moglie di un facoltoso industriale. (Emma non è neppure il suo vero nome, glie l'ha dato Tancredi). La predisposizione del personaggio a questo suo contatto con un passato più vero ed autentico si esplicita soprattutto nell'atto del cucinare, cosa che lei adora fare ma che la schiera di domestici al servizio della famiglia non rende necessario. Il cibo ricopre un ruolo particolarmente importante: è proprio assaggiando i piatti preparati da Antonio che Emma inizierà a provare delle sensazioni nuove, o piuttosto a ritrovarne delle vecchie. Tutto questo la rende particolarmente soggetta ad entrare nella sfera di attrazione di Antonio, l'altro outsider della storia. Di estrazione certamente più umile, il ragazzo cucina con passione e talento e coltiva la sua verdura in un terreno a San Remo. Il suo sogno è quello di aprire un ristorante immerso nella natura ("le persone dovranno arrampicarsi per mangiare i miei piatti"). 
Il tema dell'individuo portatore di passione che arriva a sconvolgere l'equilibrio di una famiglia bene fa pensare inevitabilmente a Teorema (Pasolini) anche se qui l'unica ad esserne turbata è la moglie. Il fatto che la donna lo incontri per la prima volta da sola mentre si trova a San Remo a passeggiare ed è incantata ad ammirare una costruzione che le ricorda la sua patria (lo sguardo scivola con continuità dalla chiesa al ragazzo che passa per strada) suggerisce un collegamento tra il richiamo alle radici e il richiamo alla passione. Il collegamento a un certo punto è  sufficientemente chiaro, suggerito dall'estasi in cui Emma entra assaporando i piatti, dalla sua propensione per la fisicità (abbraccia e bacia molto spesso i figli) e dallo sforzo con cui invece indossa i suoi panni e i gioielli, e dal momento in cui Antonio le taglia i capelli liberandola da quella crocchia che simboleggia il suo essere borghese. Invece si va ancora più in là e lo si sottolinea in maniera forzata durante l'amplesso tra Antonio e la donna. In una sequenza eccessivamente lunga, le inquadrature dei due sdraiati nel prato, con un'attenzione soprattutto ai particolari come le mani, la pelle, il sudore, l'erba attaccata ai loro corpi, sono alternate a inquadrature della natura circostante, degli insetti che brulicano sui fiori, le formiche nel terreno. Mentre le vite dei familiari continuano a scorrere, i due proseguono il loro idillio nella natura in una specie di versione campagnola della laguna blu. Ma la felicità ha il suo prezzo: ad Emma costerà il disprezzo del suo figlio prediletto, Edoardo (a cui bastano i capelli tagliati e una zuppa che la madre gli preparava sempre, stavolta preparata da Antonio, per fare due più due). Il colpo di scena finale arriva troppo puntuale proprio nel momento in cui serve. Il finale, a questo punto l'unico possibile, è rovinato da una musica invadente che vorrebbe caricare maggiormente la drammaticità di una scena, il suo essere l'estremo punto di rottura che lo spettatore ha tanto atteso, ma che, tirata troppo per le lunghe, lo fa attendere solo la fine.
Se invadenti risultano le musiche di John Adams, molto curata è la fotografia di Yorick Le Saux, che mostra tutta la magnificenza di una Milano innevata e della splendida Villa Necchi Campiglio. Un buon materiale sprecato insomma, come sprecati sono i, di solito, bravi attori: prima di tutti l'inglese Tilda Swinton (Emma), e la nostrana Alba Rohrwacher (Elisabetta). Antonio è interpretato da Edoardo Gabbriellini, solitamente utilizzato da Virzì per parti secondarie, qui alla sua prima prova in un ruolo più centrale. Volto interessante quello del giovane Flavio Parenti, qui Edoardo.

lunedì 23 agosto 2010

Chloe. Tra seduzione e inganno

Titolo originale: Chloe
Atom Egoyan
USA - 2009

trailer italiano

Con quest'ultima opera, il regista armeno, canadese d'adozione, Atom Egoyan riconferma la scelta tematica già operata con il precedente False Verità (2005): un thriller in cui niente è come appare e in cui la sensualità (e in parte la perversione) gioca un ruolo fondamentale.
Siamo a Toronto. Catherine è un'affermata ginecologa, sposata con David, stimato professore di musica. Hanno un figlio adolescente, promettente pianista di talento. Il giorno del suo (non precisato) compleanno, David si trova fuori città a tenere una lezione e accetta l'invito dei suoi studenti a festeggiare con una cena. Non sa che la moglie gli ha preparato una grande festa nella loro casa, e la liquida dicendole di aver perso l'aereo. La mattina dopo, Catherine legge un messaggio sul cellulare del marito, in cui una studentessa lo ringrazia per la serata (con tanto di foto dei due sorridenti). La donna inizia a sospettare il tradimento; paranoia che viene inconsapevolmente alimentata da David, che flirta con tutte le donne giovani e carine che incontra (cameriere e via dicendo). Proprio dopo uno di questi episodi, Catherine si rifugia nel bagno di un locale dove incontra Chloe, una ragazza molto bella che di professione fa la prostituta d'alto bordo. Catherine decide di assoldarla: dovrà incontrare casualmente David, farsi notare da lui e osservare le sue reazioni, per poi tornare a riferire tutto alla donna. Dopo aver agganciato con successo l'uomo, Catherine decide di organizzare un secondo incontro e poi basta, ma la situazione le sfuggirà rapidamente di mano, perchè la bella Chloe si rivelerà una ragazza disturbata, che non accetta passivamente il ruolo di bambola-pedina che Catherine si aspetta da lei.
Più che un film sul tradimento, il sospetto e la perversione, questo mi è sembrato soprattutto un film sulla solitudine. La protagonista Catherine (nonostante il titolo dia centralità alla ragazza in realtà il motore di tutta l'azione è la donna matura) appare infatti una donna estremamente sola: con il marito non c'è comunicazione, impegnati come sono dai rispettivi lavori. Con il figlio ha un rapporto difficile (il perchè non viene spiegato) dal momento che il ragazzo rifiuta ogni tipo di dialogo e le sbatte, letteralmente, la porta in faccia. L'unico momento in cui la vediamo parlare con qualcuno estraneo al nucleo familiare è la scena in cui è a pranzo con due amiche pettegole, da cui si capisce che hanno un rapporto estremamente superficiale. Questa solitudine, il fatto di non condividere con nessuno le sue paure ed i suoi pensieri, sembrano la causa del suo comportamento irrazionale, la base della sua scelta di assoldare Chloe. Invece che parlare apertamente con il marito, preferisce spiarlo e metterlo alla prova. Su questo aspetto Catherine risulta un personaggio alquanto sprovveduto, impulsivo, per non dire stupido: si fa prendere totalmente dal panico da una situazione in fondo comune a molte coppie: il raffreddamento della passione dopo molti anni di matrimonio. Catherine ricorda con nostalgia il periodo d'oro, gli inizi, quando lei e il marito non riuscivano a stare lontani l'uno dall'altra e facevano l'amore tre volte al giorno, e si dispera perchè ora si sente vecchia mentre lui diventa sempre più bello, e non sa più come sedurlo. Misurando la qualità del loro rapporto esclusivamente sulla sessualità, Catherine dimostra di avere una concezione alquanto superficiale del rapporto di coppia, ignorando che il desiderio nasce dalla complicità, dalla condivisione, dal vivere con il proprio partner la maturazione del rapporto (che non necessariamente deve essere un declino).
Un personaggio quindi debole quello di questa donna, che si presta facilmente a cadere nella trappola di Chloe. Di questa giovane ragazza non sappiamo assolutamente nulla, e alla fine del film non ne sapremo di più, a parte che è estremamente bella, che è cosciente del suo potere e sa come sfruttarlo. Anche il marito è un personaggio a suo modo debole, gratificato dai sorrisi delle ragazze che incontra è poco risoluto nell'affrontare la moglie e capire le sue preoccupazioni.
Il film è l'elegante ritratto della crisi in cui i personaggi piombano quando, esclusa ogni possibilità di dialogo e chiarimento, si abbandonano esclusivamente alle passioni e alle sensazioni. Elegante e non squallido, perchè l'ambientazione rende tutto decisamente patinato e non "sporco". Siamo nel mondo dell'alta borghesia, raffinata e costosa è la casa dei coniugi, piena di vetrate, di quadri e di specchi, costosi sono i locali dove si incontrano a sorseggiare chardonnay, gli alberghi dove si consumano le infedeltà, i vestiti indossati... perfino la scelta degli attori segue questo "canone del patinato": i coniugi sono interpretati da due star quali Julianne Moore e Liam Neeson, che già propongono un certo tipo d'immagine. Il ruolo della bella Chloe è affidato a Amanda Seyfried, tutta occhioni e labbra carnose, che io personalmente ricordo solo nel ruolo dell'amica più cretina nella cricca di Mean Girls, o come la figlia zuccherosa in Mamma Mia!. Il figlio e perfino la sua ragazza (personaggio di passaggio) sono interpetati da adolescenti dal viso pulitissimo da telefilm per ragazzi come Max Thieriot e Nina Dobrev
L'immagine e l'apparenza giocano un ruolo molto importante in questo discorso, a discapito della presenza e del contatto. Non a caso in molti momenti del film è l'immagine e non la presenza a scaturire l'azione. La gelosia di Catherine nasce a causa di un SMS sul cellulare del marito, con relativa foto, e dal fatto che sorprende diverse volte l'uomo a chattare con i suoi studenti. La prova della sua infedeltà è il racconto che ne fa Chloe, Catherine non vede mai niente con i suoi occhi. Il discorso vale anche per elementi secondari, come la foto che Chloe spedisce a Catherine, che la fa finalmente preoccupare sulle intenzioni della ragazza, o la scena in cui il figlio viene lasciato dalla sua ragazza con una videochiamata sul pc. Egoyan mette in scena personaggi separati, isolati, che non vedono con i propri occhi, che non sentono, non toccano la realtà in prima persona, ma ne hanno una versione di seconda mano, mediata, che sia dalla tecnologia o dalle parole di un altra persona. La pace tra i coniugi tornerà infatti solo nel momento in cui i due si incontreranno faccia a faccia e decideranno di dirsi tutto, di essere sinceri. Il finale, dopo le premesse, risulta forse frettoloso.

P.S: Chloe è il remake di un film francese: Nathalie (2003) diretto da Anne Fontaine, che io non ho visto ma che meriterebbe una visione (qualcuno lo reputa migliore).

domenica 22 agosto 2010

L'uomo nell'ombra

Titolo originale: The Ghost Writer
Roman Polanski
Francia, 2010

Trailer italiano

Per chi non lo sapesse, un ghost writer è un autore professionista che viene pagato per scrivere materiale di vario tipo che viene poi attribuito ufficialmente ad un'altra persona. Leader politici assumono spesso questo tipo di professionisti per scrivere autobiografie, discorsi o altro materiale. E' questo il caso del nostro ghostwriter, in italiano letteralmente "scrittore fantasma", che nel titolo diventa invece "l'uomo nell'ombra". Nel film è interpretato da Ewan McGregor, al cui personaggio non viene dato nessun nome: forse per sottolineare maggiormente il concetto di uomo dietro le quinte, il cui lavoro verrà attribuito ad un altro, di cui nessuno si ricorderà ("noi ghostwriter non veniamo invitati di solito alla presentazione del libro, siamo imbarazzanti come un'amante ad un matrimonio").
Trama: Ewan-ghostwriter è uno scrittore inglese il cui agente procaccia un lavoro assolutamente vantaggioso: per una cifra esorbitante non dovrà fare altro che sistemare un manoscritto già praticamente finito. Si tratta dell'autobiografia dell'ex primo ministro inglese Adam Lang. L'altro ghostwriter autore del libro è morto improvvisamente. L'uomo accetta e raggiunge la residenza di Lang negli Stati Uniti, sull'isola di Martha's Vineyard. Il giorno stesso, l'ex primo ministro viene accusato di aver autorizzato il rapimento di sospetti terroristi per consegnarli alle torture della CIA. Il clima nella residenza è pertanto teso, ma nonostante questo i due uomini iniziano a collaborare per finire il libro. L'interessamento dei media al caso e le proteste di un gruppo di manifestanti che picchettano l'ingresso della casa trasformano il soggiorno del ghostwriter in una specie di prigionia. L'uomo inzia a sospettare che esista un collegamento tra la morte del suo predecessore, quindi tra il manoscritto, e l'accusa di essersi macchiato di crimini di guerra mossa contro Lang. Il ghostwriter inizia pertanto a indagare sull'annegamento del primo scrittore e a scavare nel passato dell'ex primo ministro.
In molte recensioni di questa opera si è accostato il nome di Polanski a quello di Hitchcok, ed a ragione. Polanski costruisce un thriller assolutamente classico ed elegante, basato non su clamorosi colpi di scena o eclatanti scene d'azione, ma sulla progressiva creazione di uno stato di tensione attraverso il dubbio che si insinua strisciante. Adam Lang è o non è un criminale di guerra? Ha davvero dei legami con la CIA? Il primo scrittore è morto annegato o è stato ucciso? E se è stato ucciso, chi può essere interessato a non divulgare il manoscritto e perchè? Tutti interrogativi ai quali nel finale verrà data una risposta, ma che, nel dubbio della loro legittimità o meno, tengono lo spettatore concentrato sulle progressive scoperte dello scrittore. Costretto a muoversi in uno spazio limitato, che non comprende molto più della residenza dei Lang e dintorni, l'uomo procede cauto nelle sue indagini, alle quali ogni nuovo incontro aggiunge un piccolo tassello, che però non va immediatamente al suo posto chiarendo la situazione. Il personaggio più presente, oltre al ghostwriter, non è il primo ministro, impegnato a risolvere la crisi e che, ad un certo punto, partirà abbandonando il campo, ma la moglie di questo, Ruth (intepretata dalla poco conosciuta Olivia Williams, spesso affidata a ruoli secondari, come nel recente An Education). Presentata inizialmente come brava moglie di un politico, che segue il marito nel suo lavoro e lo supporta, progressivamente si svelerà come personaggio emblematico (nei film di Hitchcock non manca quasi mai l'elemento della donna che si rivela un personaggio ambiguo o malvagio).
Molto azzeccati per la parte sia Ewan McGregor, che con la sua espressione disorientata interpreta perfettamente l'uomo inconsapevole messo in mezzo a qualcosa di troppo grande per lui, sia il nuovo 007 Pierce Brosnan: nella sua filmografia conta soprattutto film d'azione in cui viene utilizzato come belloccio di mezza età, qui la sua espressione plastica e sorridente viene sapientamente utilizzata per rappresentare il tipico uomo politico da televisione. 
In conclusione, l'ultimo lavoro di Polanski è un'opera di alta fattura, che sfrutta sapientamente i meccanismi classici (la suspence, la progressiva ricerca della verità, il sospetto, la paranoia, il nemico invisibile e sconosciuto) costruendo un intreccio che scorre agevole, nonostante le due ore e più di durata, funziona e non si inceppa. Chi si aspettava un thriller politico- di spionaggio resterà deluso e lo definirà forse monotono e noioso. 
Molto adatta anche la scelta dell'ambientazione: l'isola Sylt (Germania), silenziosa, inquietante, battuta dalla pioggia, simboleggia molto bene l'isolamento e il senso di prigionia del protagonista.

P.S. Il film è tratto dall'omonimo romanzo di Robert Harris, che scrive la sceneggiatura con Polanski. Nella figura di Adam Lang, molti hanno colto dei riferimenti a Tony Blair.

venerdì 13 agosto 2010

Mine Vaganti

Titolo originale: Mine Vaganti
Ferzan Ozpetek
Italia, 2010

trailer italiano

Se questa è, com'è stata defnita, una brillante commedia, allora io devo aver lasciato il senso dell'umorismo in frigorifero. Perchè, procedendo nella visione dell'ultima opera del turco Ozpetek, ho provato un senso di raffreddamento graduale, che congelava la curiosità iniziale per finire in indifferente apatia verso le vicende raccontate sullo schermo.
Veniamo alla trama: Tommaso è giovane, ha un fidanzato che ama, si è appena laureato in Lettere a Roma e ha scritto il suo primo romanzo (in attesa di risposta dalla casa editrice). Ma Tommaso ha anche altro: una famiglia conservatrice, proprietaria di un importante pastificio nel Salento, che si aspetta da lui l'ingresso nell'azienda di famiglia, accanto al fratello maggiore Antonio. Il ragazzo fa ritorno a casa con l'intenzione di rivelare a tutta la famiglia che in realtà non si è laureato in economia e commercio come ha fatto credere, che vuole fare lo scrittore e, soprattutto, che è omosessuale. Ma durante la cena viene scavalcato a sorpresa dal fratello Antonio, che si dichiara omosessuale e per questo viene cacciato di casa dal padre, che subito dopo ha un attacco cardiaco. Di fronte alle precarie condizioni di salute del genitore e alla responsabilità dell'azienda lasciata sulle sue spalle, Tommaso è costretto a rinunciare al suo outing e ad assumere il ruolo lasciato vacante da Antonio. Il film racconta le sue vicissitudini, il difficile rapporto con la famiglia, con l 'intraprendente socia in affari che si innamora di lui, con il fidanzato lontano, fino a che un evento drammatico nel finale riconcilia tutti lasciando comunque il futuro di Tommaso in sospeso.
Quello che non mi ha convinto di questo film è prima di tutto il fatto che procede abbastanza meccanicamente diciamo per siparietti, che non approfondiscono i personaggi, non coinvolgono, ma ci danno la versione "comica" delle loro reazioni. Così abbiamo, per esempio, il padre che al bar si fa prendere da una crisi di nervi convinto che tutti intorno sappiano del suo figlio omosessuale e ridano di lui. Oppure la zia che, dopo una breve fuga giovanile a Londra, vive succube nell'ambiente familiare e lenisce le pene con generosi goccetti d'alcol. Tremenda poi la visita degli amici gay di Tommaso da Roma, momento del film in cui si concentrano maggiormente gli sforzi comici. Questi bravi ragazzi che si sforzano di reprimere la loro vera natura davanti alla famiglia perdono tutta la dignità che avevano le fate ignoranti e con le loro battute e pose confermano in pieno lo stereotipo del padre quando afferma che si sarebbe accorto che suo figlio era gay se avesse "fatto il gay" (vestiva pure normale! esclama).
Seconda cosa che non mi ha convinto e che penalizza il film è  il cast, a cominciare da Tommaso-Scarmacio, che, per me, non ha la minima espressività, il suo personaggio sembra tagliato con l'accetta  e risulta ridicolo quando tenta di rivelare una certa profondità e se ne esce con frasi melodrammatiche come "non bisogna aver paura di lasciare, perchè tutto quello che conta non ci lascia mai" (ma per favore). Si prosegue con la madre-Lunetta Savino (la Cettina di Un medico in famiglia), la zia-Elena Sofia Ricci (la madre dei Cesaroni), il fratello-Alessandro Preziosi (il conte di Elisa di Rivombrosa)...
Mina vagante è il modo in cui i familiari chiamano la nonna, colei che fondò il pastificio insieme al cognato di cui è stata innamorata per tutta la vita (una storia a cui sono dedicati diversi flahback). Le mine vaganti, ci spiega la voce fuori campo, "servono a portare il disordine, a prendere le cose e a metterle in posti dove nessuno voleva farcele stare, a scombinare tutto, a cambiare i piani". Un bel concetto ma che perde in efficacia dal momento che tutto sembra ricomporsi alla fine, i pezzi tornano al loro posto e, perfino la donna che meritava il soprannome, alla fine non aveva forse rinunciato al suo vero amore per sposare chi ci si aspettava che sposasse?
La scena della festa finale, in quell'atmosfera di conciliazione tra passato e presente, disinnesca definitivamente il potere sovversivo delle mine vaganti, come a dire la vita è un casino, ma tutto si supera, tutto si sistema, perchè l'importante è stare insieme...
In definitiva ci troviamo davanti a un prodotto ben confenzionato, che scorre via lieve senza lasciare niente, se non qualche sorriso strappato. Un peccato tenendo presente che in passato, con Il bagno turco, Le fate ignoranti e anche il criticato Un giorno perfetto (dal romanzo di Melania Mazzucco), il regista aveva dato prova di ben altre capacità (anche se aveva già perso qualche colpo con Cuore sacro e Saturno Contro).